Ecco, il racconto che ho inviato per l’iniziativa “Deragliate” organizzata da Monica Mazzitelli per il blog La poesia e lo spirito.
Dal sei al tre.
Sotto il portico piastrellato di grigio che affianca il giardino, procede verso di me con passo spedito e la solita felpa fucsia e nera. Ho la sensazione che stia prendendo la mira e si prepari a colpirmi. Non sarebbe cosa tanto strana qui. Mi sposto per lasciarle spazio, ma lei corregge la rotta, accelera il passo e si ferma a cinque centimetri da me, sbattendo i piedi a terra.
“Glielo può dire lei, per favore?” le urla rimbombano sotto il soffitto a volta.
“Cosa?” domando con un filo di voce mentre gocce di sudore freddo mi percorrono la schiena.
“Glielo può dire lei, per favore?” ripete urlandomi in faccia ancora più forte e involontariamente mi sputa anche addosso, ma se mi scanso si rimette dritta davanti a me.
Non so il suo nome, e dargliene uno fittizio sarebbe fare un torto alla sua identità e qui, con le personalità doppie, triple, paranoiche o schizofreniche, non si scherza. Muovo solo gli occhi a destra e a sinistra in cerca di un infermiere, ma non vedo nessuno perché questa è l’ora delle terapie prima di pranzo. Non so neppure di che reparto sia. Io sono al 9. Lei potrebbe essere al 3, femminile o al 6, misto. Qui dentro contano solo il cognome e il numero del reparto: tutto deve essere ordinato per essere controllato.
Non è tra le mie pazienti, non so nulla della sua malattia e del perché si trovi qui. Lei è donna e troppo giovane per rientrare nelle mie competenze: al 9 solo uomini ultrasessantenni.
“A chi devo dire…cosa?” mi sforzo nel controllare la voce e apparire calma, ma sono nel panico poiché è un po’ più alta di me e di corporatura massiccia. Si sposta i capelli biondi e unti dal viso con un gesto tanto femminile quanto impacciato.
“Dottoressa, può chiedere lei di darmi una pasticca per il mal di pancia? Mi fa male” piangendo scandisce lenta le parole, porta una mano sull’addome e con l’altra si asciuga una lacrima usando il polsino della felpa.
Deve avermi visto con gli altri pazienti, ma non sono un medico e nulla posso sulle terapie.
“Non ti danno nulla?”
“No, solo gli assorbenti, per il mal di pancia niente” e di nuovo urlando: “C’ho il ciclo! C’ho il ciclo!”
E mi guadagno altre due sputate in faccia.
“Tutto bene?” sento chiedere da una voce maschile alle mie spalle. E’ l’inserviente del 9, Maurizio. “Cosa ci fai qui? Vai nel tuo reparto” le dice alzando il braccio sinistro a indicare l’altro lato del giardino dove ci sono i reparti delle donne.
“Voglio una pastiglia per il mal di pancia” ripete con insistenza.
“Vai, nel tuo reparto o chiamo qualcuno” intima di nuovo lui con fermezza.
“La accompagno io. Torno subito” e mi stupisco di aver trovato tanto coraggio.
Abbiamo ordine di muoverci sempre in coppia qua dentro: il presidio psichiatrico ha tantissimi pazienti. Alcuni sono finiti qui per problemi di epilessia ancora ai tempi dell’elettroshock, altri escono dal manicomio criminale e, anche se a noi sembrano vecchi e rimbambiti, possono diventare pericolosi in un secondo. Ci sono anche alcuni degenti che odiano profondamente le donne: sono silenziosi, arrivano alle spalle e ti fracassano la schiena a pugni che ti domandi dove trovino tanta forza. Mi son rimediata solo un pugno sulla spalla, per ora. Ho solo ventidue anni, primo impegno nel sociale, nessuna esperienza. Per me, la vita è fatta di abiti, università e begli ideali: in questo mondo parallelo si respira paura, puzza di urina stantia e odore di disinfettante alla menta.
Le avevo chiesto il nome, ne sono certa, ma non lo ricordo.
Ancora oggi ricordo il suo viso, ma non il suo nome.
La accompagno al 3 tenendola sottobraccio per sua gentile concessione. Riferisco all’infermiera la richiesta di un antidolorifico. La ragazza lascia il mio braccio e mi ringrazia con un lungo “Graaaazie” trascinato, come un registratore con le pile ormai esaurite.
Torno al 9 e Maurizio, che fece diversi mesi al 6, mi racconta di lei. Dopo due episodi in cui si è denudata nel corridoio del reparto, scatenando la gelosia delle donne e l’eccitamento degli uomini, è stata spostata dal 6 al 3 dove le uniche che avrebbero potuto protestare erano le ospiti anziane invidiose del suo corpo giovane o quelle timorate di Dio pronte a urlare “Quella è pazza!”
Prima di approdare al presidio viveva per strada e si prostituiva vicino al centro città; ogni tanto dava di testa, si spogliava completamente poi attraversava la strada e insultava autisti e passanti, mamme e bambini, senza distinzione. Qualcuno, a volte la madre stessa, donna sfinita dalla stanchezza e dal dolore, chiamava l’ambulanza e si procedeva al ricovero coatto. Nonostante fosse in terapia da diversi anni, accadeva ancora: usciva come utente semiresidenziale per andare al bar, prendeva l’autobus e tornava in città.
Due giorni dopo.
Il giovedì al 3 ci sono due tirocinanti come noi. Per la prima volta con i nostri due pazienti, la mia collega ed io percorriamo il corridoio, arriviamo al bar interno e invece di fermarci proseguiamo fino al reparto femminile.
Fuori, sulla soglia, le nostre colleghe, una paziente anziana che si solleva costantemente le sottane e si dà pugni in testa e lei, sulla sedia a rotelle, lo sguardo fisso nel vuoto, con la testa piegata verso sinistra, la bocca leggermente aperta in una smorfia e la solita felpa fucsia e nera.
“Cosa è successo?” domando a una delle ragazze.
“Niente di strano” dice alzando le spalle.
“Non mi pare, l’altro giorno stava bene”.
“È catatonica” dice spostandole i capelli puliti dal viso. Lei è immobile.
La osservo e mi chiedo dove sia, se mi sente, se le hanno dato la pastiglia che tanto ha chiesto per toglierle il dolore, almeno quello. Loro l’hanno vista più così che non in stato di veglia. Non so neppure se abbiano avuto il piacere di sentire la sua voce, o il suo “Graaaaazie”.
Osservo il suo corpo un’ultima volta prima di tornare in reparto e immagino la sua anima muoversi e danzare, libera e nuda nel mondo dello spirito nascosto dietro quegli occhi azzurri fissi nel vuoto.